Sorrido a Steven e chiudo la porta, ritrovandomi nel primo corridoio. Una porta, di fronte a me, blu scurissimo, quasi nero. Senza volerlo ho appoggiato le spalle alla porta rossa che mi separa dalla reception e chiudendo le palpebre sbuffo, accasciandomi al pavimento, facendo strisciare la mia schiena sulla porta, prima di ritrovarmi con il culo a terra, la gamba sinistra rivolta in avanti e quella destra piegata al petto. La stringo con le braccia, tenendomi il polso sinistro con la mano destra. Controllo l'orologio. Niente lancette «Fantastico...»
Rimango lì per pochi secondi fino a quando un manico di scopa non mi prende la gamba.
«Hey tu, spostati di qui, devo lavare il pavimento.»
Mi volto a sinistra verso l'ingresso, squadrando dal basso verso l'alto il tizio che mi ha interpellato. Credo di avere un'aria antipatica, ma non mi interessa. La sua altezza mi fa quasi paura, mi fissa con quegli occhi azzurri per intimidirmi. Decido di alzarmi.
«Senti, che bisogno c'è di pulire questo posto?»
«È il mio lavoro...» torna a passare la scopa a terra.
«Eh?» ma che significa?
E ora si mette a canticchiare, ignorandomi.
Non ci faccio caso, e vado verso la porta scura davanti a me. La apro.
«Ehm...» porto la mano destra dietro la nuca, grattandomi con i polpastrelli e le unghie. C'è un divano, grigio, con qualcosa appoggiato sopra, qualcosa che sembra una busta dell'immondizia vecchia di mesi. Resto sbigottito. È un uomo; fissa uno schermo luminoso che assomiglia ad un televisore, non trasmette nulla se non un lamento costante e qualcosa che ricorda vagamente lo stridio di un coltello su una lavagna. L'uomo è ricoperto di polvere, anzi, l'intera stanza è ricoperta di polvere, tutto buio. La luce dello schermo è l'unico punto di riferimento del luogo, completamente all'oscuro, ma tutto ciò non ha senso: ci sono due finestre, chiuse, e un lampadario al soffitto, spento. Mi avvicino alle finestre, cerco di aprirle.
«Sta fermo!»
Mi giro di scatto, e mi trovo steso per terra, dolorante allo stomaco. Qualcosa mi ha appena colpito, mi volto a sinistra e scopro che è stato quell'uomo. «Ma che ti è preso, coglione?» mi ignora. Quella larva sta succhiando la luce di uno schermo, evitando il resto come se fosse tutto un morbo contagioso, da disprezzare, evitare e anzi, distruggere, eliminare.
«Parassiti...» la sua voce è rauca, inumana, la sua bestemmia mi colpisce come un proiettile, nel lato sinistro del cranio, mi ha quasi letto nel pensiero. Ed è questo ciò che pensa di me, che sono una lurida sanguisuga, un essere viscido.
«Tu chi sei?» gli domando
«Sta zitto, schifoso stronzetto, qui comando io, non hai diritto di respirare la mia aria.»
Lo guardo ancora, confuso. È grasso, pelato, sgradevole alla vista e a qualsiasi altro senso. Cosa cazzo è successo?
«Smettila di pensare, verme schifoso, il rumore che fa quella merda che tu chiami cervello mi da fastidio, sparisci!»
Perchè ora ha il timbro vocale di una donna? Mi avvicino verso il divano
«I tuoi dannati passi, sporco negro finocchio, i tuoi dannati passi mi stanno facendo incazzare, maledetto! Feccia!»
«Mi scusi?»
Silenzio. Anzi, lamenti e gemiti sottovoce, appena percepibili. Dallo schienale del divano aguzzo lo sguardo verso il tronco di quella figura mostruosa. Il suo viso è vuoto, niente bocca nè naso nè occhi. Solo due grossi buchi sanguinosi e sporchi di umori scuri e maleodoranti all'altezza della bocca e della fronte, mentre sul ventre compaiono migliaia di volti diversi, alternandosi nel riemergere da quello che sembra uno strano lago di carne umana. Nuotano, per tornare in superficie e godersi un pezzo di spettacolo televisivo.
Mi sento male. Scuoto la testa ed indietreggio con la schiena fino alla porta, la riapro e torno nel corridoio.
«Hey, che faccia! Sembra che tu abbia appena visto un fantasma»
L'inserviente di prima.
«Sai... chi è quell'uomo lì dentro?»
«Non è un uomo, è una comunità. Entri lì dentro se hai avuto problemi con gli altri, diciamo che quello che hai visto è... uhm, come definirlo, vediamo...»
«Razzista?»
«uhm, no.»
«E allora cosa?»
«Direi più, avidi, in effetti. Hey, questo è il corridoio "Di"»
«E allora?»
«Si deve asciugare per terra. Potresti...» fa cenno di scansarmi.
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